Non si tratta solo di una nuova etichetta, è una dichiarazione d’intenti, il Poggio Severo della famiglia Lisini. Ludovica racconta come la storica azienda di Montalcino ha sfidato boschi e altitudini per cercare la freschezza perduta, rifiutando le mode passeggere per restare fedele a se stessa.

A Montalcino c’è chi insegue il mercato e chi, invece, preferisce ascoltare la terra. Quando si stappa una bottiglia degli anni Sessanta della cantina storica della famiglia Lisini e la si confronta con una di oggi, la differenza non è un’opinione, è un dato scientifico: siamo passati dai 13 gradi alcolici di un tempo a una media che oggi rasenta i 14,5 gradi. Il clima è cambiato, è un fatto. Ma invece di cedere ad allarmismi o a correzioni artificiali in cantina, la risposta arriva dai produttori con una mossa di pura intelligenza agronomica: puntare verso l’alto.

Il “Poggio Severo”: la valorizzazione dei vigneti in quota
Il nuovo asset, presentato con l’annata 2021, non è un’improvvisazione, ma l’esito di un progetto ventennale. “Poggio Severo nasce come un vino pensato, progettato e desiderato per lungo tempo”. Le vigne sorgono in una zona impervia, delimitata dal torrente Cassero e dall’antico acquedotto di Siena, tra i 500 e i 520 metri s.l.m., su terreni argilloso-arenacei ricchi di scheletro. La differenza con lo storico cru aziendale, l’Ugolaia, è netta: se quest’ultimo nasce su un pianoro a 350 metri esposto a sud, guardando l’Amiata, Poggio Severo guarda a sud-est ed è circondato da boschi che garantiscono un microclima più fresco. Il risultato è una produzione di nicchia, 2.666 bottiglie numerate, dal profilo austero, minerale, segnato da note di cedro e arancia sanguinella. “Adesso è giovane e tende a richiudersi”, spiega l’enologo interno Alessandro Margioni, “diamogli almeno un anno di tempo dall’imbottigliamento”. A guidare la parte tecnica, insieme a Margioni, c’è Paolo Salvi, supervisore esterno ed erede della scuola di Giulio Gambelli, storico enologo che in passato ha collaborato con l’azienda.

Mercati: la rendita della coerenza produttiva
Analizzando lo scenario commerciale, Lisini rivendica la scelta di non aver inseguito le mode passeggere, specialmente quelle dettate dal mercato statunitense nei decenni scorsi. “C’è stato il momento dell’apertura al mercato americano che richiedeva vini muscolosi, dolci”, ricorda l’imprenditrice. L’azienda ha optato per una linea di resistenza conservativa: “Bisogna avere il polso fermo per non cedere alla tentazione di snaturarsi per vendere di più”, afferma Lisini, sottolineando come “mantenere la schiena dritta è stata una tattica vincente”. Una coerenza che oggi, secondo l’imprenditrice, paga dividendi anche sui nuovi mercati come il Giappone, dove il consumatore cerca vini identitari. Anche sul fronte dell’innovazione tecnologica, Lisini tiene a precisare la sua visione: “Migliorare la tecnica significa togliere artifici e lasciare che il vino si esprima al meglio”, non il contrario.

La governance familiare: da Lodovico alla nuova generazione
Per comprendere la visione di Lisini, bisogna guardare all’assetto proprietario. L’azienda è oggi guidata dai cugini Carlo, Lorenzo e Ludovica, affiancati dal 2022 da Alessandro, Caterina e Benedetta, eredi di Giovan Gualberto Lisini. Le radici imprenditoriali affondano nel primo Novecento con il nonno Lodovico Lisini. “Negli anni ’20 mio nonno era un dirigente del Comune di Firenze, venne licenziato perché antifascista e si trasferì a Sant’Angelo in Colle, dove iniziò a piantare le vigne”, racconta Carlo Lisini Baldi. Ma la svolta decisiva arriva nel 1950 con la zia Elina Lisini. Figura pionieristica, Elina scelse di non vendere le terre alla fine della mezzadria, ma di investire, impiantando i primi 7 ettari specializzati grazie ai fondi europei. Il suo ruolo fu determinante per l’intero territorio: nel 1967 fu tra i fondatori del Consorzio del Brunello, intuendo per prima la necessità di una tutela collettiva per quella che allora era solo una delle tante DOC toscane.
“Montalcino, Impariamo dai francesi”
Non mancano osservazioni sulla gestione del marchio collettivo “Brunello”. Secondo Ludovica Lisini, la denominazione gode di un posizionamento forte ma rischia la stasi: “Il Brunello ha vissuto un po’ di rendita, per inerzia”. Il gap competitivo rispetto ai grandi competitor internazionali, Francia in testa, risiede nella scarsa capacità di aggregazione. “I francesi fanno molto ‘gruppo’. Noi purtroppo no”, osserva l’imprenditrice, avvertendo che “viaggiare in solitaria, alla fine, ti porta meno lontano”. L’auspicio di Lisini è rivolto al ricambio generazionale all’interno della governance del territorio: “Ho molta fiducia nei giovani”, conclude, “hanno una visione più ampia del mondo”, necessaria per affrontare le sfide globali di promozione e posizionamento.

I numeri dell’azienda
L’Azienda Agricola Lisini si estende oggi su 154 ettari complessivi. Di questi, 27 sono vitati a Sangiovese (12 a Brunello, 4 a Rosso di Montalcino, il resto IGT). A completare il quadro produttivo ci sono 6 ettari di oliveto secolare, testimonianza di una vocazione agricola mista che precede il boom enologico. La produzione vinicola si articola su diverse etichette: 40.000 bottiglie di Brunello annata, 3.500 di Riserva, 8.000 del cru Ugolaia e, da oggi, le esclusive 2.666 di Poggio Severo.
e quindi il Poggio Severo di cosa sapeva?
Care lettrici e cari lettori che vi starete chiedendo questo vi rispondo senza giri di parole. Esordisco dicendo che nei confronti di un Brunello di Montalcino c’è sempre una grande aspettativa, a prescindere che si parli di annata, riserva, grande azienda, piccola azienda. Dunque, si ricerca, nel calice, un certo complesso sistema articolato di stilemi legati a note tipiche e sapori caratteristici. Ecco che il Poggio Severo, con il suo marcatore centrale tipico del Sangiovese (ndr. dovete provare diversi vini ottenuti da uva Sangiovese per capire esattamente qual è il suo marcatore) esplode con l’acidità che stimola piacevolmente i lati della lingua per sentire, con l’andare della bevuta, l’effetto ‘guanto di velluto’ del tannino. Si fa bere con passione e regala un gusto che è più facile da ricordare che da spiegare. Si sente il progetto di altura nella freschezza che definisce un ‘Brunello di montagna’ come una valida alternativa ai classici. La terra regala dei frutti unici e preziosi, a Montalcino tutto ciò si concretizza nel vino. Tra uva e terra, con pochi discorsi e un altro sorso di questo straordinario prodotto italiano in grado di trasformare una cena in un’esperienza di vita e in un momento di civiltà.




