“Pensa che fortuna – storia intima e imperfetta di Maria Fittipaldi Menarini”. Il titolo del libro di Maria Fittipaldi Menarini, edito da Gruppo Editoriale, suona come un’esclamazione che chiunque guardando la propria vita da fuori potrebbe pronunciare solo per il fatto di essere su questa terra e che purtroppo sempre meno si sente dire.

Tra le pagine di questa autobiografia in prima persona non c’è il vezzo dell’autocelebrazione, né l’elenco sterile di successi materiali. C’è invece una confessione a cielo aperto di un lato spesso scomodo, soprattutto per chi porta un cognome che è un monumento dell’industria italiana: il lato umano.
Sentimenti, amori, passioni non sono per niente scontati nel mondo della materia, dove spesso si celebrano solo i traguardi tangibili: soldi, celebrità, appartamenti, vacanze di lusso. Maria compie un’operazione inversa: scava. La sua è una coscienza sempre attiva in ogni tipo di contesto, e questo la rende profondamente umana pur essendo cresciuta in un ambiente unico, diverso dal 99% della popolazione. Un occhio vigile su quella componente invisibile che ci differenzia dalle macchine: l’anima.
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Un viaggio nel “Monumentale Novecento”
Ciò che colpisce di questo racconto è la capacità di trasformarsi in un vero e proprio viaggio nel tempo. Maria ci porta dentro un monumentale Novecento, con radici che affondano in un’educazione e in atmosfere quasi ottocentesche, fin de siècle.
Attraverso una coscienza sveglia e un giusto distacco, l’autrice ha osservato cambiare tutto intorno a sé. Dai rigori di un’educazione antica alla frenesia moderna, rimanendo però con “i sogni e l’amore in tasca”. È qui che risiede il segreto della sua vera giovinezza: in una dimensione interiore dove non contano più i fasti e le ville, ma la capacità di emozionarsi ancora per la natura, per le albe e i tramonti. Un racconto preciso di stili, costumi e visioni di epoche diverse, filtrato dallo sguardo di chi è stato testimone privilegiato della storia.
L’eredità, il trauma e la scelta: “Divento una delinquente o faccio la cosa giusta?”
Ma cosa succede quando quel mondo ovattato si scontra con la realtà brutale della perdita? Nell’intervista, Maria Fittipaldi Menarini racconta senza filtri il momento esatto in cui la sua vita è cambiata. Non è stato un passaggio di consegne formale, ma uno strappo violento.
«È esploso tutto quando mio padre se n’è andato», racconta. «Improvvisamente, da che ero una ragazza vivace e anche “in guerra” con i miei genitori per questa educazione molto rigida, mi sono trovata sola». Maria si ritrova erede universale in un’epoca in cui la legge era diversa e, soprattutto, in una condizione di totale impreparazione pratica. «Papà non aveva fatto testamento perché c’ero solo io. E io mi sono domandata: adesso cosa faccio? Non avevo la più pallida idea di che cosa fosse un milione di lire, cinquecento o zero. Ero veramente impreparata, perché all’epoca i genitori non raccontavano mai del lavoro».
Il ricordo va a un dettaglio tenero e ironico della sua adolescenza, che sottolinea la sua ingenuità di allora: «Mi sono ricordata improvvisamente che da piccola rubavo i spiccioli a mio padre… e ora? Non avevo i valori, non avevo niente». È in quel vuoto pneumatico, uscita dal collegio e senza una guida, che Maria prende la decisione che definirà il resto della sua esistenza:
«Ho dovuto dirmi: voglio diventare una delinquente, una disgraziata, una fallita, o voglio cercare di fare la cosa giusta anche se non lo saprò mai?»
Ha scelto la seconda. Ha scelto di imparare, di sbagliare e di costruire, trasformando un privilegio in responsabilità.
“Non l’ho scritto per me, ma per mia figlia”
Perché scrivere questo libro? Perché mettersi a nudo ora? Maria rifiuta categoricamente l’idea che sia un atto di vanità o un modo per “far emergere la vera Maria”. «No, no, io sono sempre stata vera», precisa con forza. «Non è per farmi emergere, assolutamente».
La spinta è nata dall’amore familiare e dalla necessità di colmare un divario generazionale. Per anni gli amici le avevano chiesto di scrivere, affascinati dai suoi racconti, ma lei non si sentiva pronta. Poi, qualcosa è scattato pensando alle figlie e ai nipoti. «Volevo che sapessero che questa nonna, questa mamma, non ha vissuto proprio come loro. Ha vissuto in un altro modo». L’episodio chiave riguarda la figlia Serena, musicista ed esperta di frequenze: «Un giorno mi sono sentita dire da Serena: “Te hai fatto quello che hai voluto”. Ho detto sì… perché lei alludeva al fatto che ero erede di un patrimonio. Ma non sapeva – oggi lo sa – che cosa voleva dire davvero». Il libro nasce quindi come un ponte: per spiegare che dietro la libertà apparente c’era il peso di decisioni enormi prese in solitudine.
La filosofia della “Gazza Ladra”: l’oro vero sono le relazioni
Nel mondo della materia, dove l’accumulo è spesso l’unico metro di giudizio, Maria Fittipaldi Menarini porta una visione disarmante. Ammette con candore la sua passione per il bello, ma ne ridimensiona drasticamente l’importanza.
«Mi piacciono i gioielli, adoro il luccichio, sono come le gazze ladre», confessa ridendo. «Ma non me ne frega niente. Nel senso che posso anche perdere tutto, non muoio assolutamente». L’unico oro che non si può perdere, secondo l’autrice, è quello delle relazioni umane. «Io do molto peso ai valori umani. Sono sempre stata molto amica, ho avuto tanti amici. Per me l’amicizia è qualcosa di preziosissimo». Una generosità che si traduce nel desiderio di condivisione: «Ho avuto amiche non fortunate come me e ho cercato sempre di condividere con loro che avevano meno fortuna. L’oro materiale è molto relativo».
Vigna Michelangelo e donne Fittipaldi a Bolgheri: il paradosso dell’astemia che fa il vino
C’è poi il capitolo fondamentale della terra. Il vino e la celebre Vigna Michelangelo incarnano oggi lo spirito fiorentino e toscano del “fare”. Eppure, la genesi di questa impresa ha i tratti di una commedia degli equivoci che rivela molto del carattere di Maria: l’apertura alla vita e il rispetto per la natura.
«Io ero astemia, tutta la mia famiglia era astemia», rivela. «Quando il mio ex marito, prima di separarci, mi disse “facciamo il vino”, io dissi vabbè, siamo in una terra di vini, facciamo questo vino». Poi la vita ha preso altre strade, è arrivata la separazione. «Quando mi hanno detto che dovevano imbottigliare sono caduta dal pero, perché mi ero dimenticata completamente di questo vino!».
Si è trovata un’azienda vitivinicola tra le mani senza averla cercata. Ma invece di chiudere, ha ascoltato. «Secondo me un dono della terra va rispettato. Se era buono, perché no? Ho pensato che questo vino non fosse casuale». Si è affidata agli esperti, è andata avanti “coi piedi di piombo”, imparando un mestiere che non era il suo. Oggi quella vigna è un simbolo di radicamento, il luogo dove Venere e Marte si incontrano in una canzone della terra.
Oltre il genere: il potere “smisurato” della competenza
Maria Fittipaldi Menarini è una “coscienza femmina” in tutti i sensi: col potere smisurato della donna, della madre, della ragazza. Ma quando si parla di lavoro, rifiuta le quote e le distinzioni. «Questa cosa del maschile e del femminile… secondo me una persona si deve far valere indipendentemente dal sesso», afferma categorica. «Se ha le capacità, se sa fare le cose bene, se ha voglia di tirarsi su le maniche… maschio o femmina non ha importanza».
Non nega gli ostacoli – «Come donna posso dire che ha creato dei problemi, ti guardano un po’ così, devi farti apprezzare, devi essere messa alla prova» – ma la sua risposta è sempre stata l’azione, non la lamentela.
Conclusione: il significato della fortuna
Alla fine di questo viaggio monumentale, cosa resta? Resta la risposta alla domanda che dà il titolo al libro. La vera fortuna è la vita straordinaria o la capacità di guardarla con amore? «Sono vere entrambe», conclude Maria. «Io amo la vita, amo la vita con le sue difficoltà. Apprezzo tutto quello che ho e trovo che chi non apprezza non ha amore, non ha vita».
“Pensa che fortuna” è il testamento emotivo di una donna che non ha permesso alla ricchezza di inaridirle il cuore. Un invito a «usare questa vita per fare qualcosa di positivo», o, più semplicemente, a coltivare «buoni sentimenti».
“Storia intima e imperfetta”: un’eredità viva tra parole e vino
Tutta questa vita, con le sue cadute e le sue rinascite, è ora custodita nelle pagine di “Pensa che fortuna. Storia intima e imperfetta di Maria Fittipaldi Menarini”. Edito da Gruppo Editoriale, il volume si presenta in una veste raffinata che rispecchia l’eleganza dell’autrice: la copertina è impreziosita da un’opera dell’artista Pietro Ruffo, mentre la prefazione porta la firma poetica del cantautore Niccolò Agliardi.
Nato dal desiderio di consegnare una memoria tangibile alle amate figlie, il libro supera presto i confini del diario familiare per diventare un romanzo di formazione. Tra le righe scorrono le immagini di una grande famiglia italiana: dalle dimore storiche di Firenze e Roma ai rigidi collegi svizzeri, fino alla libertà ritrovata nelle campagne toscane. Un viaggio popolato da nonni eccentrici, dame d’altri tempi e figure materne severe, ma anche da volti noti dello spettacolo, della musica e della moda che hanno incrociato il cammino di Maria.
Ma il libro è anche il manifesto di un presente attivo e vibrante. L’amore per le figlie, vero motore dell’esistenza di Maria, si è trasformato oggi in un progetto imprenditoriale concreto: l’azienda vitivinicola Donne Fittipaldi a Bolgheri. Un’eccellenza enologica tutta al femminile che si affianca alla storica Vigna Michelangelo, a dimostrazione che quella “fragilità trasformata in forza” ha dato frutti duraturi.
“Pensa che fortuna” è, in ultima analisi, la prova che si può trasformare la complessità in eleganza e la vita vissuta in letteratura.
Il libro è disponibile nelle migliori librerie d’Italia, sul sito www.gruppoeditoriale.com e nei principali bookshop online.


