Una degustazione che è un carotaggio nella storia del Sangiovese della Rufina, per scoprire capacità di invecchiamento, tenuta del vino e sorprese.

Un vigneto diffuso ed alto che osserva la Sieve sul fondo, in una zona boschiva in stile Simmarillon e un fermento culturale per quanto riguarda il comparto enologico e ristorativo. Il Chianti Rufina è una delle aree del diffuso Chianti che grida, con tutta la forza che ha nei polmoni, vendetta ed attenzione da parte della critica, dei turisti ma soprattutto dei locals.
Chianti Rufina DOCG
I fiorentini, i toscani di terra e di mare che non hanno mai considerato la zona di Rufina, il distretto agricolo che si sviluppa da Pontassieve alla Consuma, da Compiobbi alle Sieci, una vera meraviglia ancora piuttosto incontaminata. Strade sicuramente impervie per chi la bellezza vuole guadagnarsela e scoprirla. Dopo qualche tornante impervio, passato il famoso ‘A Pancia Piena’, dove si può mangiare in un baracchino da street food il famoso Buristo (specialità tipica, insaccato di sangue) ed abbinarlo con una vasta selezione di Champagne. Intraprendendo la strada del Chianti Rufina DOCG su per le colline ci si perde nella magia di un foliage estremo in autunno, del canto del gallo nelle giornate estive sotto una volta celeste che promette sogni e ricordi.

In questo mondo incantato, di curva in curva, si trova la Fattoria di Grignano, Villa Medicea, della famiglia Inghirami. Con le sue vigne, la sua pineta e il Poggio Gualtieri Chianti Rufina DOCG, questa villa rappresenta un baluardo storico nel mondo dell’attrazione della bellezza assoluta, con i suoi 50 ettari di vigneto.

Poggio Gualtieri Chianti Rufina DOCG, 8 ettari per un Sangiovese che vuole essere parte di una tradizione contemporanea di vinificazione del Sangiovese. Contemporanea perché l’enologia, per come la conosciamo oggi, è un’invenzione moderna. Il concetto di bottiglia di pregio, di affinamento in legno e garanzia di qualità e attrattiva per i wine lovers più esigenti.
La collina su cui nasce il Poggio Gualtieri è ricca di terreni di alberese, galestro. Insomma, in generale, la Rufina è territorio di sassi. Nel complesso di questo territorio, però, a rendersi peculiare e punto di forza per l’agricoltura è la presenza di 12 sorgenti d’acqua. Si sentono, si sente. Non so se il fresco che si condensa anche nelle giornate più roventi dell’anno, quando a Firenze in piazza della Signoria ci sono le rotoballe di fieno in fiamme per i 43 gradi agostini, sia dovuto proprio alla presenza di acqua. Quello che è certo è che aria ed acqua, ancora qua tra la Fattoria di Lavacchio, la Villa dei Marchesi Gondi e la Fattoria di Grignano sono incontaminate e la presenza di rigoli, corsi sotterranee e micro falde irrora il territorio di un’idratazione che oggi, età di siccità, è qualcosa di molto raro.
Il Sangiovese del POGGIO GUALTIERI in sei differenti annate. Si fanno le verticali per capire l’evoluzione di un vitigno, per sentire cosa una singola stagione ha impresso nel raccolto d’uva, delle scelte della cantina.
Soprattutto si bevono bottiglie che hanno quasi 30 anni perché è una cosa piena di fascino. Perché è divertente, perché è bello. Senza troppe moine, lecchi o salamelecchi. Il Poggio Gualtieri dal 97 a oggi comunque si fa bere e stupisce anno dopo anno.
1997
Insolita frutta pera, freschezza, ancora vivo, la leggera ossidazione non copre l’irruenza, nota alcolica ancora spinta, nota animale pecora, sapidità. Al naso nota vibrante tipicamente Sangiovese
Il colore è granato ma non eccessivo.
2001
Freschezza, gusto, ancora una leggera nota verde, scuro, denso intricato leggermente amaro, tannino quasi assente, corposo ancora da evolvere, finale leggermente acido. Scarico nella parte floreale, vino più verticale, schiude i sentori sul finale, lascia la bocca coperta. Il granato del colore dato dall’invecchiamento è visibile.
2008
Alla vista è molto denso, un rubino densissimo fondo scuro. Al naso è super intenso, leggera ossidazione ed esaltazione di tutta la componente spezia, del pepe. Sempre al naso, ha preso un leggero tappo.
La freschezza è la componente principale, tannino pronunciato e vivo, leggera sensazione amaricante. Arriva avvolgente il tannino che nella sua espansione lascia il passo alla piacevolezza e croccantezza di un frutto maturo.
2013
Al naso si presenta leggermente caldo e marascato, fresco da cemento ma svela . Verticale e sgrassante, veste la bocca e regala i suoi frutti. Si svela, sicuramente boccone dopo boccone, un’eleganza gentile rispetto, gustoso tagliato.
2015
Al naso Carne. In bocca subito piacevole, spilli tannici, si trova il tratto amaricante tipico, ha la sua freschezza e si porta dietro un gusto leggermente fresco
2018
Sangiovese che si sente, un po’ cupo e al naso forte alcool. Una lieve nota di caramella mou che esce nel finale e lo contraddistingue dalle annate precedenti

Ed infine una chiusura per augurare il meglio a Tommaso Inghirami, classe 1990, che in un paese in cui se non hai i capelli bianchi sei un ragazzino, si trova a gestire l’azienda affrontando a viso aperto vecchi paradigmi dell’enologia toscana, boomers di ogni tipo con la forza delle idee. Simpatico, istrionico, vulcanico Tommaso ha il piglio di chi fa. E il mondo si divide tra chi fa e chi sta a guardare e giudicare.
Il suo SingerSangio, un Sangiovese fresco, di annata, scarico, leggero, un “Borraccia wine” è un’idea bella, fulgida e splendente. Da bere e basta, se ne parli il vino diventa noioso.



