Oltre la ricetta: il cibo come liturgia
«Bisogna fare chiarezza», esordisce Tomei, che pur ringraziando il lavoro immane fatto dalle istituzioni per ottenere questo risultato unico al mondo, ci tiene a fare una distinzione netta. «Il riconoscimento non è andato proprio ai piatti, ma è andato alle nostre abitudini che sono legate alla cucina, quindi alla nostra cultura della cucina che è unica al mondo».
Secondo lo chef, il vero patrimonio immateriale risiede in un paradosso tutto italiano, un “meta-amore” per la tavola che non ha eguali:
«In fondo noi siamo l’unico popolo al mondo che parla di cibo mentre mangia. Cioè è una roba incredibilmente profonda e per noi il cibo ha una funzione anche quasi liturgica, è spettacolare».
Il pranzo della domenica e la “resa dei conti”
Tomei entra poi nel vivo delle dinamiche sociali italiane, dipingendo con ironia e verità il momento sacro del convivio familiare. La cucina italiana non è solo nutrimento, ma uno spazio sociale dove si consumano drammi e riconciliazioni.
«Ricordiamoci che noi siamo quelli del pranzo della domenica», prosegue lo chef, «e per fare un po’ di ironia siamo quelli del pranzo di Natale o della cena della Vigilia dove c’è un po’ la resa dei conti di tutto l’anno».
L’analisi di Tomei è fotografica: «La prima ora si passa insieme a delle persone che magari sono parenti ma che non vediamo dall’anno prima e quindi succedono anche attriti». È qui che scatta la magia, il vero fattore UNESCO: «Poi il cibo che fa? Mette tutti d’accordo».
Un popolo di contaminazioni
In conclusione, per Cristiano Tomei la candidatura UNESCO celebra l’identità complessa dell’Italia. «Ecco, questa è la vera cucina italiana: un rito», chiosa lo chef. «Un riconoscimento alla complessità di quello che siamo. E siamo un popolo fatto di contaminazioni continue».
Non un museo di ricette statiche, dunque, ma un organismo vivo, fatto di parole, liti, pace fatta e condivisione.
Ma chi è lo chef che parla di cucina come fosse una liturgia laica? Cristiano Tomei, classe 1974 da Viareggio, è una delle figure più istrioniche e anticonvenzionali del panorama gastronomico italiano. Autodidatta per vocazione (ha iniziato cucinando per gli amici e nelle mense, dopo il diploma all’Istituto Nautico), ha costruito la sua carriera sull’istinto puro e sul rifiuto delle etichette.
Il suo regno è L’Imbuto, il ristorante stellato situato all’interno dello storico Palazzo Pfanner a Lucca. Qui Tomei ha rotto gli schemi della ristorazione classica: niente menù scritto, ci si affida completamente allo chef. I piatti nascono dall’incontro tra materie prime povere, territorio (bosco e mare) e una creatività che spesso spiazza, pensata per mangiare “con la pancia e con la testa”.
Al grande pubblico, però, Tomei è noto per la sua travolgente carriera televisiva. Giudice severo ma umano, ironico e dalla battuta pronta, è diventato un volto amato grazie a programmi cult come “Cuochi d’Italia” (al fianco di Alessandro Borghese), “Kings of Pizza” e le numerose ospitate a MasterChef e La Prova del Cuoco. In TV, come in cucina, porta la stessa filosofia: rispetto maniacale per la materia pr


