Speriamo che serva. Speriamo che sia utile e non solo a fare più utili. La cucina, anticamera dell’atto del mangiare, ovvero dell’opera trasmutativa di cibo in energie per il corpo: esiste quella italiana, quella cinese, quella giapponese, quella istriana e quella degli indios e così via. Dunque quella italiana da oggi 10 dicembre è un po’ più riconosciuta delle altre, per la prima volta un patrimonio alimentare riceve questo prestigioso riconoscimento, solitamente tributato a siti artistici o beni paesaggistici. Speriamo che la cucina intera italiana si adegui di conseguenza cercando di mettere ordine in un settore in fermento che vede una totale disomogeneità nelle sue differenti sfaccettature: ad esempio i primi ad esultare sono gli chef volti noti della televisione, da Carlo Cracco ad Alessandro Borghese, poi il mondo delle istituzioni dalla premier Giorgia Meloni al ministro degli esteri Antonio Tajani, e ci mancherebbe altro. Diciamolo chiaro e tondo: la cucina italiana è un vero patrimonio dell’umanità. Anche la cucina d’alto rango è italiana ed appartiene a questo patrimonio, sebbene sia appannaggio di pochissimi eletti che si possono permettere di andare in ristoranti stellati, zona cuscinetto connivente con la critica gastronomica. Ma la ‘cucina italiana’ è molto altro, ad esempio è imitata ovunque: anzi è parodiata fino al grottesco nei mille reels instagrammosi che hanno reso effettiva la profezia dei Red Hot Chili Peppers riguardo la californicazione: la nostra bella Italia nelle mani di influencers americani diventa l’inversione di quello che è ed è nata per essere: il trionfo della razionalità, della biodiversità e del fare di necessità virtù, trasformata nel nulla, nell’assoggettamento dell’essere all’apparire. Non fai in tempo a distrarti che !ZAC l’influencerino o influencerina americana, cinese o italiana stessa vi fa vedere come si mangia un panino farcito di cornetti ripieni al pistacchio di Bronte; inzuppa direttamente la Bistecca alla Fiorentina nel Cappuccino condendola con lo Spritz. Poi ci sono i ristoratori che danno un colpo al cerchio e uno al menù: un euro qua, un euro là, nell’ormai lunghissimo post-Covid i menù dei ristoranti, delle taverne, dove fare sante mangiate, hanno fatto salti tripli e carpiati nell’aumento dei prezzi e nell’alleggerimento delle portate: meccanismo inversamente proporzionale di scontentare sempre di più i consumatori, specialmente nei ricarichi del vino. Poi c’è quella che viene definita ‘fiore all’occhiello‘ di un intero paese, ovvero l’industria: le dinamiche del Leviatano che produce posti di lavoro e confezioni regalo di Pandoro e Spumante a soli 4,99Euro. L’industria dalle due vie: la mano sinistra che produce quantità infinite di cibo e confeziona tutto in plastica, allevamento tecnoavanzato ed impatti ambientali e bio corporei devastanti e trasforma il grano in farine tossiche, gli animali in bombe infette di antibiotici e la via della mano destra che proprio grazie ai potenti mezzi delle industrie alimentari è riuscita a trasformare le eccellenze regionali in veri fenomeni di consumo di massa (Parmigiano Reggiano, Bresaola della Valtellina, etc). Poi nel ‘paiolo’ della cucina italiana si trova la DOP economy che in Italia vanta alcuni primati a testimonianza dell’importanza di questo bagaglio culturale. E nel quotidiano? Dalle colazioni, ai pranzi, agli aperitivi, alle cene, la cucina italiana ogni giorno riempie le pance di milioni di persone di un paese che, purtroppo e sempre più spesso, testimonia segni positivi in aumento nel campo dell’obesità. Eppure, a leggere libri fondamentali come “La Scienza in Cucina – L’Arte del Mangiar Bene” del Pellegrino Artusi, oppure parlando con cuochi di generazioni precedenti si scopre che questo patrimonio è stato ben epurato di tantissime ricette che si sono perse perché non commerciali, non instagrammabili. Quel ‘pantha rei‘, tutto è in movimento, come il mangiare, cardine e polo della vita degli esseri umani ci racconta di come in un secolo tutto è cambiato, e non per rimanere uguale ma per diventare un po’ più americano consumistico: ricette non più ideate e formate attraverso il tempo, ma semplice surplus alimentare del ‘buono’, dello ‘status symbol’ e del glamour a tavola. E quindi viva i grandi chef, le istituzioni, le cooperative, le industrie, gli artigiani, i piccoli produttori, gli osti, le nonne, i babbi, le mamme, i nonni, l’imperatore, l’imperatrice, il papa e la papessa e chiunque abbia nel cuore il significato profondo del termine cucina. E quindi a cosa speriamo che serva il riconoscimento UNESCO? Personalmente spero che sia utile ad una seria e profonda presa di coscienza su cosa significa mangiare e vivere.
l verdetto arrivato da New Delhi ha il sapore di una vittoria storica: la Cucina Italiana è ufficialmente iscritta nella lista rappresentativa del Patrimonio culturale immateriale dell’umanità UNESCO. È la prima volta al mondo che una cucina nazionale viene riconosciuta nella sua “interezza”.
Non si tratta solo di un premio al “buon mangiare”, ma di un riconoscimento globale al “Sistema-Italia”, frutto di un percorso strategico che unisce le istituzioni, le grandi fiere internazionali e l’intera catena produttiva. Una celebrazione corale che vede unite le voci autorevoli di Veronafiere, Legacoop Agroalimentare, Slow Food e Unione Italiana Vini (UIV).
Un percorso iniziato a Verona
La decisione del Comitato chiude un cerchio aperto nel 2023 a Verona. La candidatura, infatti, era stata lanciata simbolicamente con un brindisi a Vinitaly, alla presenza della premier Giorgia Meloni e del ministro all’Agricoltura Francesco Lollobrigida.

«Come Veronafiere vogliamo congratularci per questo risultato con tutto il sistema-Italia», ha commentato a caldo Federico Bricolo, presidente di Veronafiere. «Si tratta di un riconoscimento che dà ancora più valore alla straordinaria ricchezza enogastronomica del nostro Paese e dà forza alle imprese del vino, del food, dell’olio extravergine di oliva e della ristorazione».
Legacoop: “Cucina come pratica sociale e lavoro di comunità”
A dare profondità al riconoscimento interviene Legacoop Agroalimentare, ricordando che dietro ogni piatto c’è il lavoro di una filiera complessa. «La cucina italiana è prima di tutto una pratica sociale che nasce dalla terra, dal mare e dal lavoro delle comunità», afferma il presidente Cristian Maretti.
Per il mondo cooperativo, l’UNESCO non ha premiato solo le ricette, ma il lavoro quotidiano di milioni di agricoltori, pescatori e trasformatori. «Le cooperative hanno un ruolo fondamentale nel tutelare la qualità delle produzioni, il reddito dei produttori e la trasmissione di saperi», sottolinea Maretti. Non solo orgoglio, dunque, ma responsabilità: quella di rafforzare modelli sostenibili legati alla Dieta Mediterranea, difendendo il cibo come «diritto, cultura e bene comune».
Slow Food: il premio alla biodiversità
Sulla stessa linea d’onda Slow Food, che pone l’accento sulle radici agricole. «Oggi la cucina italiana diventa Patrimonio Unesco. Un riconoscimento che riconosce anche la straordinaria agrobiodiversità che ne è la base», dichiara Barbara Nappini, presidente di Slow Food Italia. È la vittoria di un lavoro di tutela che dura da quasi 40 anni: «Il riconoscimento va all’artigianalità di contadine e contadini, cuoche e cuochi che con competenza e creatività hanno reso possibili le ricette conosciute in tutto il mondo».
UIV: “Il vino esulta: legame indissolubile e valore economico”
Fondamentale il commento di Unione Italiana Vini (UIV), che ribadisce come non possa esistere cucina italiana senza il suo vino. «Per la Cucina italiana quello UNESCO è un riconoscimento ‘alla carriera’, ma con ancora lunghi secoli davanti», commenta il presidente UIV Lamberto Frescobaldi. «Il mondo del vino italiano esulta, perché è parte di essa: in tavola assieme alla Cucina italiana c’è anche il ‘suo’ vino». Frescobaldi sottolinea anche il peso economico: «La Cucina italiana è anche ricchezza e lavoro. E il vino contribuisce in maniera determinante con un saldo commerciale attivo con l’estero per circa 7,5 miliardi di euro l’anno».
La coincidenza strategica: Veronafiere in India
La proclamazione è avvenuta proprio mentre una delegazione di Veronafiere si trovava a New Delhi per una tappa cruciale delle preview di Vinitaly. Ospitato nella residenza dell’ambasciatore d’Italia Antonio Bartoli, e alla presenza del ministro degli Esteri Antonio Tajani, l’evento ha sancito il ruolo centrale del Made in Italy in un mercato in forte crescita come quello indiano. Veronafiere continuerà a spingere su questo fronte con il Vinitaly India Roadshow (Mumbai e Panaji, gennaio 2026), in vista della prossima edizione veronese di Vinitaly (12-15 aprile 2026).
Dalle vigne ai mercati asiatici, passando per le cooperative di pescatori e agricoltori: oggi l’Italia festeggia un patrimonio che è, finalmente, di tutta l’umanità.

