C’è un’Italia che non corre più. Un’Italia che si muove piano, che sceglie la strada secondaria, la panchina all’ombra, il suono del vento al posto del rumore. È l’Italia dei cammini e dei borghi sacri, dei viaggiatori che cercano non solo un luogo ma un senso, e per farlo tornano a usare la misura più antica e più umana di tutte: il passo.
Il turismo lento non è un’invenzione recente. È un ritorno alle origini, una riscoperta del legame tra il paesaggio e chi lo attraversa. Nelle colline dell’Umbria, sulle mulattiere della Toscana, tra le coste abruzzesi e i santuari del sud, prende forma una geografia nuova: quella della spiritualità diffusa, che non appartiene solo alla fede ma al bisogno di silenzio, di autenticità, di spazio.
Camminare in Italia oggi significa attraversare secoli di storia e di cultura. La Via Francigena, che unisce Canterbury a Roma, è diventata una dorsale di esperienze umane e spirituali, costellata di monasteri, pievi e borghi rinati grazie ai pellegrini. Nei sentieri che portano ad Assisi o lungo il Cammino di San Francesco, la lentezza diventa forma di conoscenza: ogni tappa è un incontro, ogni sosta un frammento di racconto. A Sant’Antimo, tra i filari di Sangiovese del Brunello di Montalcino e la chiesa dell’alabastro si può camminare osservando le dinamiche della natura.
Ma la mappa della nuova spiritualità italiana non si ferma al centro. A nord, nei borghi del Collio friulano e del San Martino del Carso, la fede e la memoria si intrecciano con la storia e il paesaggio. Il confine con la Slovenia è una linea di vento, dove la natura si piega e si risolleva tra vigneti e trincee dimenticate. .
All’estremo opposto, nel Sulcis Iglesiente in Sardegna, il turismo lento attraversa miniere dismesse e coste abbandonate, restituendo vita a paesi che sembravano destinati all’oblio. Camminare tra Masua e Porto Flavia significa ripercorrere le orme di uomini e donne che hanno vissuto di ferro e di mare: una spiritualità laica, fatta di lavoro, dignità e resistenza. Nel cuore del Sulcis, la grotta di Is Zuddas è un santuario naturale. Le sue pareti di aragonite sembrano scolpite dal tempo. A pochi chilometri da Santadi si trova l’altopiano di Montessu, uno dei complessi archeologici prenuragici più vasti della Sardegna. Decine di domus de janas (tombe scavate nella roccia) risalenti al Neolitico, immerse in un paesaggio quasi lunare.
In Toscana, i borghi di Suvereto e Campiglia Marittima custodiscono chiese templari e vie antiche che collegavano le città medievali. Qui la lentezza si fa contemplazione: è nei boschi e tra le pietre che si riscopre un rapporto autentico con la bellezza. La Toscana dei cammini non è quella dei grandi flussi, ma quella che parla sottovoce, tra un borgo e l’altro, con la grazia della normalità. Suvereto è un punto di partenza ideale per chi ama camminare tra boschi, pievi e panorami collinari. Il paese, tra i più belli d’Italia, è un dedalo di vicoli in pietra, portali ad arco e botteghe artigiane. Ma basta superare le sue mura per ritrovarsi immersi in un paesaggio che alterna vigneti, oliveti e lecci secolari.
Da qui partono diversi sentieri adatti a ogni livello di escursionista, ognuno con una propria personalità, come se ogni percorso custodisse un frammento dell’anima toscana.
Uno dei cammini più affascinanti è quello che unisce Suvereto a Campiglia Marittima, antico tracciato che corre tra boschi e crinali panoramici. È una tappa del cosiddetto Cammino Etrusco, itinerario di trekking che segue le vie utilizzate fin dall’epoca preromana per collegare i centri minerari dell’interno con la costa. Il sentiero, ben segnalato, alterna tratti ombrosi e aperture spettacolari sulla valle, con lo sguardo che spazia fino al mare.
Lungo il percorso, tra campi e radure, si incontra una piccola chiesa dalla struttura semplice e austera: è la chiesa templare di San Giovanni, testimonianza di un passato spirituale che ancora si avverte. Il luogo, silenzioso e quasi nascosto, diventa il punto perfetto per una sosta: si sente solo il frinire delle cicale, e l’odore della terra scaldata dal sole.
Ma Suvereto offre anche percorsi più brevi e contemplativi, ideali per chi cerca un trekking leggero. Il sentiero delle Sughere, ad esempio, è un anello che si snoda tra le colline di querce da sughero da cui il borgo prende il nome. In primavera il cammino è un’esplosione di colori e profumi, e nelle giornate limpide si distinguono le sagome delle isole dell’Arcipelago Toscano.
Più impegnativo, ma di rara bellezza, è il trekking che conduce fino ai resti del Castello di Montioni, immerso nella Riserva Naturale omonima. È un itinerario che regala un’immersione completa nella natura: cinghiali, daini, caprioli e un silenzio che sembra sospeso.
Montioni fu una delle zone predilette da Elisa Bonaparte, sorella di Napoleone, che qui fece costruire bagni termali e residenze di campagna. Camminare in questi luoghi è come attraversare un romanzo di pietra e vento.
Il trekking a Suvereto è anche scoperta gastronomica. Lungo i sentieri o al rientro in paese, l’escursionista trova osterie e aziende agricole dove degustare olio extravergine, vino rosso DOC Val di Cornia, miele e formaggi locali. È un modo per completare il viaggio con i sapori della terra, perché qui la cultura del camminare è inseparabile da quella del mangiare.
Dove mangiare a Suvereto? Dal Cacini
In Puglia, lontano dalle spiagge affollate, i sentieri del Salento interno conducono a chiese rupestri e borghi di pietra bianca. Da Specchia a Presicce, da Giuggianello a Sternatia, si cammina tra ulivi e vento, ascoltando un silenzio che sa di terra e di mare. È una Puglia diversa, dove la spiritualità nasce dall’equilibrio tra l’uomo e il paesaggio. Camminare nel Salento significa entrare in una geografia fatta di contrasti.
Dalla costa alta di Santa Cesarea Terme al promontorio di Otranto, fino ai borghi interni di Specchia e Presicce, ogni passo rivela un frammento di identità antica. Le strade sono strette, i campi sconfinati. Ogni tanto un fico d’India, una masseria abbandonata, una chiesa rupestre scavata nella roccia.
È una terra che conserva le tracce del sacro in ogni pietra.
Nel Salento, la spiritualità non si mostra, si intuisce. È nei gesti dei contadini che salutano con un cenno, nei portali consumati dal sole, nei sentieri che portano a luoghi dove il tempo si è fermato.
Il Cammino delle Cipolliane, ad esempio, segue un tratto di costa tra Novaglie e Santa Maria di Leuca. Il mare, qui, non è solo orizzonte: accompagna il passo, scandisce il ritmo, riflette la luce bianca delle scogliere. Le antiche grotte, un tempo rifugio di pescatori, oggi sono tappe di un percorso che unisce natura e contemplazione.
Nell’interno, tra Giuggianello e Sternatia, si estende un’altra Puglia, fatta di silenzi e di pietra viva. Le vie rurali si intrecciano con i tracciati delle antiche “vie del sale”, usate nei secoli per collegare i porti e i borghi. È un trekking di memoria, più che di fatica: si cammina su strade che portano con sé la storia di chi le ha percorse prima.
E poi l’Abruzzo, che da solo basterebbe a raccontare l’Italia intera. Dalla Rocca Calascio, il castello sospeso sulle montagne, si scende fino alla Costa dei Trabocchi, dove le antiche macchine da pesca sembrano ancora dialogare con il mare. È un cammino che attraversa le stagioni, che lega la roccia all’acqua, la memoria al presente.
La montagna abruzzese non è mai severa, anche quando è aspra. Ti accoglie come una madre che ti mette alla prova, ma sempre con dolcezza. Ogni passo rivela una chiesa rupestre, una fonte, una rovina antica.
I percorsi di trekking più belli attraversano i Parchi del Gran Sasso e dei Monti della Laga, o seguono i vecchi tratturi che portavano le greggi verso il Tavoliere. È un Abruzzo pastorale, intimo, dove l’odore della terra si mescola al canto delle cicale.
Poi, lentamente, il cammino scende verso il mare.
E quando si arriva alla Costa dei Trabocchi, l’Abruzzo cambia volto ma non anima.
I trabocchi — quelle antiche strutture di legno sospese sull’acqua — sono ponti tra la terra e il mare, opere d’ingegno e poesia. Camminare sulla pista ciclopedonale che li collega, da San Vito Chietino a Fossacesia, è come attraversare una galleria di luce. Ogni curva regala un orizzonte nuovo, ogni sosta un odore diverso: salsedine, ginestre, pane caldo.
Anche qui il trekking è una forma di meditazione.
Non serve scalare vette o coprire chilometri infiniti: basta seguire il ritmo del respiro, lasciare che la vista del mare faccia il resto.
Lungo la costa, piccoli borghi come Ortona, Rocca San Giovanni, Vasto raccontano un’Abruzzo gentile, dove la vita conserva ancora il sapore dell’attesa. Le osterie servono vino Montepulciano, il pesce cuoce lentamente sui trabocchi, e l’aria sa di casa.
Ogni itinerario è una storia. E tutte, insieme, compongono un ritratto nuovo del Paese: un’Italia che cammina non per arrivare ma per capire. Lontano dalle mete e vicino alle persone, dove la lentezza non è più una rinuncia ma un modo di guardare il mondo.


