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Il settore vinicolo italiano ed europeo si trova nuovamente sotto pressione a causa delle recenti mosse protezionistiche annunciate dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Il 23 luglio 2025, l’amministrazione americana ha confermato l’intenzione di reintrodurre dazi punitivi su una serie di prodotti agroalimentari europei, incluso il vino, nell’ambito di una più ampia revisione degli accordi commerciali con l’Unione Europea. Una decisione che potrebbe avere pesanti ricadute sull’export vinicolo italiano, che nel solo 2024 ha esportato negli USA circa 1,9 miliardi di euro di vino, pari a oltre un quarto del totale delle esportazioni vinicole nazionali.
Dettagli sui dazi USA proposti da Trump
- Minimo 10 % di tariffa globale su tutte le importazioni statunitensi – entrata in vigore il 5 aprile 2025, con dazi “reciproci” aggiuntivi dal 9 aprile
- Per l’Unione Europea, era previsto un dazio del 25 % già annunciato il 26 febbraio 2025
- Il 13 marzo 2025, Trump ha minacciato un dazio del 200 % su vino, champagne e distillati europei, da applicare se l’UE avesse introdotto dazi (ad esempio, su whiskey USA)
Più di recente, il 10 luglio 2025 Trump ha comunicato l’intenzione di portare il tasso base “reciproco” al 15–20 %, mentre il 12 luglio ha minacciato di introdurre dazi del 30 % su esportazioni da UE e Messico a partire dal 1° agosto
Le ipotesi ventilate includono l’introduzione di tariffe fino al 100% sul vino europeo, uno scenario che rischia di rendere i prodotti italiani economicamente non competitivi sul mercato statunitense, con un impatto diretto su produttori, distributori e lavoratori lungo tutta la filiera. L’Italia, primo esportatore mondiale di vino in volume e secondo in valore dopo la Francia, sarebbe tra i Paesi più colpiti.
A questa crescente incertezza globale si affianca la necessità di difendere l’integrità del mercato unico europeo da iniziative unilaterali che ne compromettono l’armonizzazione. In questo contesto, viene accolta positivamente dal comparto la decisione del Governo irlandese di rinviare al 2028 l’entrata in vigore del regolamento sull’etichettatura sanitaria degli alcolici.
“È necessario infatti preservare l’integrità del mercato unico europeo, al riparo dalle singole iniziative degli Stati membri in materia di etichettatura. Una fuga in avanti come nel caso irlandese avrebbe come unica conseguenza quella di complicare l’attività delle imprese e al tempo stesso aumentare i costi di adattamento alle regole dei singoli 27 Paesi“, ha dichiarato Paolo Castelletti, segretario generale di Unione Italiana Vini (Uiv).
Secondo l’associazione, l’impostazione originaria della norma – che prevedeva l’obbligo di inserire sulle etichette avvertenze sanitarie generiche (i cosiddetti health warning) – “non tiene conto della distinzione tra consumo e abuso e si pone in contrapposizione con la risoluzione BECA (Beating cancer) del Parlamento europeo del 2022“. Il rinvio offre ora l’opportunità di lavorare a soluzioni condivise che evitino “di frammentare ulteriormente il mercato unico e, al tempo stesso, di informare il consumatore in maniera intelligente sul consumo moderato di vino, come peraltro già indicato dai deputati europei”.
Uiv condivide infine quanto affermato oggi dalla presidente del Comité Européen des Entreprises Vins (Ceev), Marzia Varvaglione, secondo cui “gli obiettivi di salute pubblica debbano essere perseguiti in modo giuridicamente solido e coordinato, e non attraverso una frammentazione che genera confusione per i consumatori”.
In un momento in cui il settore vinicolo è esposto a pressioni sia esterne – come la minaccia dei dazi USA – sia interne – come il rischio di regolamentazioni disarmoniche tra Stati membri –, diventa cruciale un’azione compatta e coerente dell’Unione Europea. Solo così sarà possibile difendere un patrimonio economico, culturale e occupazionale strategico per l’Europa e per l’Italia.

