In Italia il vino urbano non è una provocazione, ma una realtà concreta che unisce agricoltura, memoria e cultura. A Firenze, a due passi dal Giardino di Boboli, al Piazzale Michelnagelo la Vigna Michelangelo è simbolo di questo ritorno alla terra dentro la città: un piccolo appezzamento vitato, nato su un terreno coltivato fin dal Rinascimento, oggi restituito alla produzione grazie a un progetto dell’azienda vinicola donne Fittipaldi che ha la sua vigna prediletta, stavolta marittima, a Bolgheri . Un esempio virtuoso di viticoltura urbana che non ha solo valore agricolo, ma anche culturale e simbolico.

All’estremo opposto dell’Italia, a Venezia, un’altra vigna racconta una storia simile: quella dei Carmelitani Scalzi, nel sestiere di Dorsoduro. Qui, a pochi metri dalla laguna, si coltiva ancora uva malvasia in un convento seicentesco, curata da religiosi e volontari. Non è solo una curiosità botanica: è la prova che il vino urbano può diventare uno strumento di coesione, comunità e spiritualità.
Firenze e Venezia dimostrano che anche nei centri storici più complessi è possibile far convivere città e vigna, innescando riflessioni su sostenibilità, paesaggio e identità. Il vino urbano è quindi molto più di un prodotto: è un messaggio che racconta il legame profondo tra terra e cultura, anche dove nessuno se lo aspetta.

