Cinque generazioni, una famiglia, una terra che insegna. In un Abruzzo che cambia, la famiglia Pasetti ha scelto di restare, coltivare, tramandare. E raccontare il vino non come prodotto, ma come progetto di vita.

Il racconto tramite la voce, le interviste ai membri della famiglia di produttori
“Io sono Davide Pasetti e sono l’ultimo dei tre figli dell’azienda Pasetti. Sono davvero felice di poter raccontare questa storia.” Davide non parla come un imprenditore, ma come un testimone. Prende spunto dalle domande per costruire un racconto a più voci, un puzzle di esperienze, luoghi, vitigni e persone. A lui interessa parlare dei vitigni che popolano la sua terra, l’Abruzzo. Non solo piante: sono simboli, radici viventi, espressioni di un paesaggio e di una cultura.

“La varietà principe della nostra regione è il Montepulciano d’Abruzzo. Una bacca rossa che ha una fortissima intensità colorante, una struttura polifenolica importante, e che si presta molto bene all’invecchiamento. Ma poi ci sono anche i bianchi: Trebbiano, Pecorino e Passerina. Il Trebbiano all’inizio è neutro, ma nel tempo regala note eteree, di pietra focaia. Il Pecorino invece è una varietà riscoperta negli ultimi vent’anni: ha grande acidità, sapidità, una struttura in bocca unica. La Passerina invece è acida, tagliente, con lento accumulo zuccherino: un vino leggero, per questo molto particolare.”
Questa varietà, questa complessità, è una delle grandi ricchezze dell’Abruzzo. “Siamo orgogliosi delle nostre varietà autoctone — continua Davide — e non è scontato. In molte regioni si ricorre a varietà internazionali, che sono sì generose, ma non rappresentano la storia del territorio. Le nostre uve coevolvono con la terra, con il clima, con le persone. Il Montepulciano matura tardi, non nei periodi più caldi, e questo lo rende perfetto per affrontare anche i cambiamenti climatici.”




Vino di punta dell’azienda, la linea Testarossa è quella che meglio riassume la filosofia aziendale del voler rimanere fortemente legati alle tradizioni e alla storia familiare. Questa etichetta storica nasce per celebrare la superba bellezza delle donne della famiglia Pasetti, aventi i capelli rossi.

Il ricordo, la terra, la trasformazione
Domenico Pasetti è la memoria storica della famiglia. A lui chiediamo di raccontare com’era l’Abruzzo del vino quando lui era ragazzo. La sua risposta non è nostalgica, ma lucida: “La viticoltura in Abruzzo nasce molto lontano nel tempo, nella Valle Peligna, Alto Tirino, nella provincia dell’Aquila. Poi, all’inizio del Novecento, si trasferisce verso la provincia di Pescara: Tocco Casauria, Pietranico, fino alla costa. Ma lì nasce una viticoltura da tavola, non da vino.”

Negli anni Cinquanta e Sessanta, con l’arrivo della Comunità Europea e degli incentivi, l’attenzione si sposta sulla produzione di uva da tavola. “Questa viticoltura non nasce con un progetto di qualità, ma per smaltire le eccedenze. È così che si sono sviluppate molte cantine sociali. Quando poi l’Europa ha vietato la vinificazione dell’uva da tavola, c’è stata una riconversione improvvisata verso il vino. E oggi abbiamo un’anomalia: molte vigne in zone costiere che forse, climaticamente, non sono più le più adatte.”
Ecco perché la famiglia Pasetti ha fatto una scelta controcorrente: riportare la produzione all’interno, nel Parco del Gran Sasso. “Lì abbiamo 270 ettari, di cui 70 vitati. Ci crediamo perché il clima è più favorevole, l’altitudine ci aiuta, e poi è lì che la viticoltura abruzzese è nata.“
Il lavoro, il sacrificio, la famiglia
“La nostra è un’azienda familiare e non potrebbe essere altrimenti. Tutti i nostri investimenti hanno senso solo perché i figli hanno scelto di restare, di continuare.” Per Domenico, il concetto è semplice: “non esiste azienda senza una famiglia dietro. Non stiamo comprando appartamenti a Milano, ma terreni in zone montane che valgono solo se li coltivi. Senza continuità familiare, sono investimenti a perdere.“
Il passaggio generazionale però non è scontato. “I figli non li puoi obbligare. Però se vedono il tuo impegno, se ti emulano, allora nasce qualcosa. Quello che da ragazzi era un sacrificio, diventa passione da adulti.”

Laura Marinucci, moglie di Domenico, è la voce che porta questo discorso su un piano umano e affettivo. “Il mio grande desiderio è sempre stato avere la famiglia unita, lavorare insieme. Ho lasciato il mio lavoro e abbracciato il sogno di Mimmo. Non è stato facile: aveva idee pazzesche, fuori da ogni schema. Ma col tempo ho capito che era giusto così. Oggi vedere i miei figli lavorare insieme, come squadra, è la cosa che mi rende più felice.”
Laura parla con il tono dolce di chi ha vissuto, osservato e cucito insieme tanti fili invisibili: “Ci sono momenti, come questi giorni di press tour, in cui li vedo uniti, collaborare. Non individualismo, ma squadra. Era il mio sogno.”

Le mani nella terra
Il vino, per la famiglia Pasetti, non è una formula da laboratorio. “La tecnica serve, certo. Ma solo per conoscere meglio la natura. In campagna non si comanda. La natura va asseconda. Una vendemmia non sarà mai uguale a quella dell’anno prima.”
“Il vino si fa in vigna, non in cantina — insiste Domenico —. In cantina al massimo conservi quello che la natura ti ha dato. E a volte, se sei poco attento, rovini tutto.”
Il sapere, per questa famiglia, passa attraverso l’esperienza. “La formazione tecnica è importante, ma ancora più importante è la consapevolezza. Ogni anno devi ripartire, ascoltare la terra. Non c’è un manuale.”
Il lato umano del vino
Laura conclude con una riflessione che racchiude tutto: “Spesso chi compra una bottiglia al ristorante non immagina cosa c’è dietro. Ma dietro c’è una famiglia. C’è l’amore per la terra, per i figli, per i nipoti. C’è la ripetizione di piccoli gesti quotidiani: a Pasqua si fa la pizza di formaggio, a Natale i calcionetti. Sono cose semplici, ma che lasciano il segno.”

“Noi veniamo da una cultura contadina. Il vino, una volta, era cibo, un bene quotidiano. Oggi è diventato un simbolo, un racconto personale. Rappresenta chi sei, cosa ami. E questa è una cosa molto bella.”
Le nuove generazioni che restano
A raccontare cosa significhi oggi fare vino in Abruzzo è anche Massimo Pasetti, figlio di Domenico e fratello di Davide. La sua voce rappresenta quella nuova generazione che ha scelto di non abbandonare la terra, ma di tornare ad abitarla, viverla e darle forma.

“Una volta si scappava,” racconta “si andava a cercare altro, altrove. Oggi invece vedo tanti miei coetanei che stanno tornando, che stanno riprendendo in mano le vigne dei genitori o dei nonni, che magari prima conferivano l’uva alle cantine sociali. Stanno nascendo piccole realtà nuove, con idee forti, con identità chiare. E questo dà sostanza a tutto il settore.”
Massimo non parla di romanticismo, ma di consapevolezza. “L’Abruzzo, per anni, è stata considerata una regione cisterna: vino prodotto in quantità, poi imbottigliato altrove. Oggi invece questa logica sta cambiando. Si imbottiglia di più, si comunica meglio, si cerca la qualità. Cresce il gusto e cresce la sicurezza nei produttori. Per fare vino cattivo oggi — dice sorridendo — quasi ti ci devi impegnare.”
Identità, conoscenza, consapevolezza
C’è poi un altro aspetto che Massimo sottolinea con forza: l’importanza della conoscenza diffusa. “Oggi con Internet, con i social, le informazioni sono a portata di tutti. Sai cosa fare, sai cosa evitare. Puoi confrontarti con altri produttori, puoi imparare, puoi osare. Questo dà coraggio a molti giovani.”
E conclude con una nota di visione: “L’Abruzzo ha potenzialità enormi. Lo stiamo capendo un po’ alla volta. Invece di svendere la nostra terra, stiamo iniziando a ‘infiocchettare’ il prodotto, a dargli valore. Non è più solo quantità: è diversità, particolarità. Il vino racconta chi siamo, e l’Abruzzo ha una voce fortissima.”
Un ritorno che è una scelta di vita
Per Massimo, lavorare nella viticoltura non è semplicemente portare avanti l’azienda di famiglia. È una scelta esistenziale. “Io ho avuto la forza di restare anche perché ho avuto dietro una famiglia che mi ha sostenuto, che mi ha ‘costretto’, se vogliamo. Ma oggi mi rendo conto che è stato un dono.”
E chiude con una riflessione che unisce lavoro e comunità: “Il nostro è un mestiere che ti allontana dalla vita sociale, è vero. Ma ti riporta vicino a qualcosa di più profondo. Ti fa vivere in connessione con la natura. E se riesci a trovare un equilibrio tra lavoro nei campi e vita sociale, allora non puoi che apprezzare questo connubio. Perché alla fine non è solo una professione: è un modo di stare al mondo.”
Testarossa: un vino, una figlia, un’identità
Uno degli aneddoti più belli e rappresentativi dell’azienda riguarda la nascita di una delle linee più iconiche di Pasetti Vini: la Testarossa. Un vino diventato simbolo dell’identità familiare, che porta con sé una storia personale.
“Quando è nata nostra figlia Francesca Rachele,” racconta Laura Marinucci, “aveva una chioma rossa, intensissima. Mimmo, mio marito, ne fu così colpito che volle dedicare a lei il nostro primo vino importante. Così nacque la linea Testarossa, con quell’etichetta rossa che ancora oggi porta il suo volto stilizzato.”
Da allora, la linea si è evoluta, includendo Montepulciano d’Abruzzo, Trebbiano, Pecorino e Cerasuolo, ma l’anima è rimasta la stessa: un vino che rappresenta la continuità familiare e l’affetto trasformato in progetto. È una bottiglia che racconta una persona, una stagione, una memoria che continua nel tempo.
La memoria nei gesti e nei sapori
La Cultura del cibo
Oltre al vino, è nel cibo che si tramanda la cultura della famiglia. Laura racconta come le tradizioni culinarie siano state un ponte tra le generazioni, un modo per trasmettere valori senza parole.
“A Pasqua preparavamo la pizza di formaggio, la pupa e il cavallo con l’uovo al centro. I bambini decoravano, giocavano, imparavano senza saperlo. A Natale facevamo i calcionetti, il brodo della nonna. Sono gesti semplici, ma ripetuti nel tempo lasciano una traccia profonda.”
Anche oggi, queste ricette vengono tramandate: “Mia figlia, che ora è mamma, ripropone quegli stessi dolci con la sua bambina. Questo mi commuove, perché vedo che quello che abbiamo costruito non si è fermato. È passato avanti, trasformandosi ma restando vero.”
Un Abruzzo che si riconosce
La storia della famiglia Pasetti è la storia di un Abruzzo che si guarda allo specchio. Una regione che ha rischiato di perdere se stessa, ma che oggi riscopre il valore della sua terra, delle sue varietà, della sua cultura.
E lo fa grazie a famiglie come i Pasetti: radicate, appassionate, visionarie. Che sanno che il vino non è solo un prodotto. È un’eredità. Un’identità. Un modo per dire: “Noi siamo ancora qui.”



