No. Non era il regista dell’ombra. Era il regista della luce. Ogni sua opera, ogni suo film, ogni suo dipinto, ogni sua canzone e ogni suo libro rappresentavano la volontà di un maestro illuminato di aprire un varco alla luce interiore di ognuno di noi. Con una minuzia spaventosa ha dipinto i latifondi più bassi dell’anima in modo che noi, generazioni abbandonate al porcile del consumismo più sfrenato, guardassimo in faccia il male.

Ha aiutato le ragazze e i ragazzi speciali, quelli che si pongono domande e non trovano risposte nel mondo materiale a capire di non accontentarsi. Un pastore buono per tutte le pecore nere, quelli che per natura vedono la verità, le ipocrisie celate dietro la società dei benpensanti e dei regali calcolati. Ha aiutato chi si sente solo a guardare tra le pieghe della mediocrità, tra i rivoli della falsa gentilezza. Il suo intento mai dichiarato se non nei simboli e negli esoterismi della sua opera era quello di dire a tutti noi che c’è speranza nella disperazione, nell’ombra e che il cuore, i sentimenti e la costruzione dell’anima sono tutto quello che conta.

Era un maestro dello spirito. Tra Steiner e il buddismo tibetano, Lynch ha voluto mettere in pellicola una chiave per risolvere l’enigma di quell’insoddisfazione che ci assale quando abbiamo comprato l’ultimo telefono alla moda, il profumo, le scarpe, la borsa, insoddisfazione che ognuno di noi, in questa vita o nella prossima, porta a porsi domande. Un’opera alchemica superiore che inizia con Eraser Head (1977) e finisce con la mastodontica terza stagione di Twin Peaks (2016). Ci ha insegnato che niente è come sembra. Se il mondo conserva ancora un po’ di luce, di volontà di non sopraffare il prossimo ma di amare, di ascoltarsi, di non vergognarsi dei propri sentimenti, di guardarsi dentro è anche grazie a David Lynch. In mezzo ad un porcile di arraffoni schifosi che costruiscono i film e le serie tv in base agli studi di marketing, Lynch, come Davide contro Golia, ha usato Hollywood e il mainstream per sbatterci in faccia la libertà creativa. La potenza delle idee pure e irripetibili e immaginate un po’? Non potrà mai essere sostituito dall’intelligenza artificiale. Perché finché l’essere umano è un mero esecutore perderà contro i prodigi della tecnica, ma quando si connette con quel ‘fiume in piena di coscienza‘ si connette con la sua natura divina e non sarà sostituibile.

Twin Peaks è un’enciclopedia di esoterismo, con i suoi archetipi, la sua meccanica dello spirito, che rappresenta il viaggio più intraprendente alla scoperta del proprio livello di coscienza. I suoi film, con il linguaggio dell’arte, sono una panacea per staccare quel fiume in piena di pensieri associativi dannosi, quell’affanno della mente (anzi, Impero della Mente) che ci tiene prigioniero il cuore. La mente non capisce nulla di quello che Lynch mette in scena, non comprende, ma dove non arriva la mente, arrivano il cuore, gli istinti, l’anima. E lui non ha mai voluto assecondare quella parte razionale degli spettatori che sono cresciuti a pane e Don Matteo. Il cinema iperdidascalico che è tanto semplice da fare, anzi Lynch ha giocato tutto sul portarci ad avere dubbi. Avere dubbi su se stessi, dubbi su tutto quello che ci circonda. Un atto d’amore.
Era un maestro di meditazione trascendentale, che significa di elevare il proprio essere sopra i percorsi di identificazioni mentali in un ruolo, in un lavoro, in una gabbia della materia che qualcuno ha pensato e costruito intorno a noi. Guardare un film di Lynch e poter dire ‘non ci ho capito nulla’ equivale ad aver ricevuto una benedizione del cielo. Lo ha fatto tramite i sogni e l’incoscio (il ‘doppio’ come direbbe Steiner) e gli archetipi: ogni suo personaggio rappresenta una sfaccettatura dell’Io che si impadronisce della nostra persona. Dale Cooper, agente dell’FBI in Twin Peaks, rappresenta un’immagine divina dell’Io mosso dalle 4 virtù capitali: Conoscenza, Compassione, Vacuità, Giustizia; Laura Palmer, la sophia spezzata dal male incarnato Bob. Hawk, il vicesceriffo indiano, è lo spirito saggio ed incarnato dei boschi. Lo sceriffo Truman è l’uomo che aspira al bene e nel suo viaggio si perde (nella seconda stagione quando affoga nell’alcol e nella rabbia per i comportamenti di Jocey, la sua innamorata al centro di torbide vicende della città di Twin Peaks).

Insomma, il costante invito di un artista a guardare oltre, a non accontentarsi della superficie, un’opera che ha aiutato le persone che soffrono di dolori immensi a guardare in faccia il male, il diavolo, Arimane, e guardare dentro se stessi e scegliere da che parte stare. Unico, forse solo insieme ad Alejandro Jodorowski, ad aver capito e messo in pratica il potere alchemico del cinema.
FIX YOUR HEART OR DIE
Ora tocca a noi a mantenere accesa la luce in mezzo ad un Oceano di coscienza che va sempre di più verso un Orrido Stolto fatto di stupidità, materialismo e gabbie della mente. Grazie David Lynch, mentre ci guardi dalla Loggia Bianca non ci arrenderemo.



